MILVA CARISDEO

Milvia Carisdeo tenta la rilettura, attraverso un commosso e sentito impegno, di quel patrimonio d'immagini, cancellate dalla guerra, racchiuse e gelosamente custodite, in oltre 50 anni di vita.

Questa ultima produzione, non più rinviabile, rappresenta per la pittrice, la liberazione del tormento dei ricordi di quella minuta geografia urbana che trova anche identificazione nella fanciullezza spensieratamente trascorsa tra scale e vicoli, sotto il Duomo e la chiesa degli Scalzi. Sarà per questo rinvio ala stagione del gioco e della guerra che la mostra trova sostanza e destinazione nella tragica esperienza dei bambini di Bosnia, cui sono destinati, per intero, i ricavi dell'impresa.

Il pennello che segue la traccia dei ricordi è pieno, grave,corposo, come a voler puntellare le immagini rinvenute con la vigoria del tratto. Queste immagini, portate alla luce e ricomposte, cercano di ristabilire anche spezzati colloqui: comunicano, in una sorta di coinvolgimento emotivo, la malinconia della ricerca.

La Carisdeo chiama a raccolta coetanei e vicini, ma anche giovani, estranei, immemori per ricordare o per condividere, rincorrendo i tracciati dei vecchi rioni che guardavano il porto, fatti di archi e vicoli, fontanelle e scale, porte sempre aperte e suoni, grida, risate, pianti.

Un mondo

Uno stile di vita con i suoi codici unici, peculiari, non riproducibili per sedimentazione secolare, circoscritti nel ristretto dei caseggiati affastellati fin sotto lo spazio ventoso su cui poggia il Duomo. Questo percorso, sofferto e faticato, batte su ferite aperte, che sanguinano, ogni tanto, per assimilazione, alla vista di un vissuto di sangue e lacrime, che è vicino a noi e distillato, a ogni ora, negli impietosi resoconti della televisione.

Perchè le tele della Carisdeo patiscono per i bagliori di fuoco, per gli squarci crudeli, per il sibilo lancinante delle bombe. Ed ecco allora che il segno pittorico si raggruma, incupendosi, il ritmo si spezza, la curva teme l'agguato, l'arco rinuncia alle regole statiche, il cielo, così corrucciato e pesante, incombe e minaccia.

L'annuncio del sereno è flebile, timoroso l'accenno alla quiete. La speranza tarda ad arrivare, procurando ansia e sofferenza, quasi che il dolore sia la forzata moneta di scambio per un pò di tregua. La lettura pittorica di quest'ultima produzione porta a considerare anche una più avvertita consapevolezza dell'artista di operare in un contesto sociale senza frontiere con il dichiarato intento di denunciare, con un grido forte, le ingiustizie e l'inutilità delle guerre. Pittura del negativo per richiamare i termini del positivo, della dovuta giustizia per tutti, del diritto dell'esistenza. Come il cielo rappresentato dalla Carisdeo è scuro, così il mare, corrucciato, minaccioso, che procede, a bordate poderose, all'assalto dell'innocenza.

Ricordando Ancona in mano alla guerra. Ma al di là del rimpianto, cocente e vivo, per una perduta dimensione esistenziale, c'é la consapevolezza che non sono irreparabilmente rovinati soltanto muri e strade, storie e nomi, ma è stata anche sradicata per sempre l'anima della gente, sfigurata la sembianza più autentica della società anconitana. Ne patiamo ogni giorno il danno, contando i giorni di allora, commossi e inermi, mentre ci vediamo contraffatta la nostra identità storica.

E la diaspora continua.

Questa pittura affonda quindi i suoi attrezzi in questa ispirazione e la spinta è sentimentale, pur nella rimeditazione nell'età dei disincanti: ecco l'urgenza di fissare nella tela quei ricordi che rischierebbero di deperire e spezzarsi quei fili che operano ordito e trama, che tessono l'invenzione. Candidamente la Carisdeo traduce questa urgenza in "voglia di dipingere" e confessa che non ha nessuna pretesa di "comparire", semmai di essere, nella libertà assoluta di operare, perchè considera la validità di questo frugare sommessamente nelle lontane vicende della propria vita, lontane ma non dimenticabili, nella sincerità della confessione, senza infingimenti, senza invocare la benevolenza dei critici, senza le sgomitate d'uso.

Non alza veli, non sparge fumogeni. L'unico alimento dell'operare è il ricordo e il desiderio di condividere le sofferenze di chi subisce le ingiurie della guerra.

Ieri toccò a lei, la morte veniva dall'alto. Oggi tocca ad altri innocenti, vecchi e bambini, fulminati dai cecchini. Tragico volare dei giorni. La storia diventa sogno cui è sufficiente il supporto di un'esile tela per far rivivere il dramma.

Quanti siti dei ricordi della nostra cara città. L'evento mnemonico si configura in quel grande teatro che fu di Duilio, Palermo, Eugenio, Turno, Camillo, per citare solo i nomi di chi ha saputo cogliere lo spirito più vero della gente. Oggi ogni rappresentazione è impossibile perchè il teatro è caduto e gli attori dispersi. Poche città hanno bisogno di affettuosi ricordi perchè poche hanno avuto un destino crudele coma la nostra. Abbiamo speranza sapendo che il cielo riguadagnerà il sereno e il mare rinuncerà alle congiure, perchè ci sorregge ancora la voglia di fare.

In questa opera di ideale ricostruzione del mito di Ancona una piccola pietra l'ha sistemata anche Milvia Carisdeo.

Terenzio Montesi